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Durante il carnevale, i principi Borghese davano una festa in maschera nel loro sontuoso palazzo. La città di Roma si immergeva nel ciclo di festa: balli, carri, giocolieri, saltimbanchi. Nobili vestiti da poveri e poveri vestiti da nobili. In questo clima festoso, dame in maschera volteggiavano con i loro abiti scintillanti e mostravano gioielli preziosi, mentre cavalieri, duchi e marchesi si intrattenevano con calici di vino. Il palazzo era decorato con sontuose tappezzerie e candelabri scintillanti, che creavano un'atmosfera magica e suggestiva. Si fece notte fonda. Mentre tutti erano impegnati a festeggiare, lungo la via si notò una figura misteriosa. Le sembianze di una donna, con un mantello nero e un passo delicato da nobile dama, si stagliavano contro il bagliore delle torce. Entrò nel palazzo e tutti rimasero terrorizzati dinanzi a questa apparizione. Il volto era nascosto sotto un cappuccio scuro. Fece cadere il cappuccio. Tutti erano lì fermi, a guardare, sembrava che il tempo si fosse fermato per un attimo. Si vide un volto pallido come la neve, con tratti delicati di una giovane aristocratica. Lo sguardo cadde sul collo, segnato da una cicatrice profonda. Si presentò dinanzi a tutti: "Sono Beatrice Cenci, figlia del conte Francesco e di Ersilia Santacroce. Sono nata il 6 febbraio del 1577, a Roma. Mentre stavo per nascere, cantò una gallina anziché il gallo, e il contadino si fece il segno della croce. Portava male il canto della gallina. Infatti, quel segno avrebbe descritto tutta la mia vita. Dopo la morte di mia madre, assieme a mia sorella maggiore Antonina, fummo collocate presso il convento di Santa Croce di Montecitorio. Vissi la mia fanciullezza serenamente. Poi arrivò un giorno in cui mi comunicarono che sarei tornata a casa da mio padre. Avevo 14 anni. Mio padre aveva una condotta che non temeva neanche Dio. Era un diavolo terreno. Mi insidiava, tormentava, facendomi le più atroci angherie. Scrissi al Papa Clemente VIII, ma nulla valse".





Infatti, Francesco Cenci venne più volte accusato e condannato per sodomia, ma riuscì a cavarsela perché nobile. Finché anche la seconda moglie Lucrezia, dinanzi a quell'atteggiamento sconsiderato, iniziò a nutrire una certa riluttanza. La famiglia, stanca delle continue violenze e angherie, decise di allearsi. Prima di allora, Francesco Cenci esiliò la famiglia presso il castello di Petrella Salto, un piccolo castello del Cicolano, chiamato la Rocca. Lì, Beatrice scrisse nuovamente al Papa e al fratello della madre. Le sue missive evidenziavano la sua atroce condizione. Addirittura chiese al Papa di trovarle marito o di essere rinchiusa in un convento, anziché vivere con il padre. Il fato volle che Francesco Cenci scoprì una delle sue lettere. Da lì diventò più feroce. La famiglia di nascosto si alleò contro di lui.


"Quella prigionia a Rocca mi fece esasperare. I soprusi aumentarono. FinchΓ© un giorno decidemmo di porre fine al problema".


Con l'aiuto del castellano Olimpio e del maniscalco Marzio, e con la complicitΓ  dei familiari, stordirono il padre con dell'oppio. Lo colpirono alle gambe e in testa. Una volta realizzato il loro obiettivo, finsero che fosse morto per colpa di una balaustra che cedette, facendolo precipitare nell'orto. La famiglia, dopo la sua morte, tornΓ² a Roma presso il Palazzo Cenci. Purtroppo le voci e i dubbi aumentarono. Francesco Cenci non godeva di una buona reputazione. Era un uomo avido di denaro, violento, con una condotta sconsiderata. Le voci della congiura arrivarono alle orecchie delle autoritΓ  reali. Un feudatario di Petrella, la lavandaia a cui Beatrice chiese di lavare le lenzuola perchΓ© aveva avuto il ciclo mestruale, rispose che quella affermazione le sembrava poco credibile. Lo stesso Papa Clemente VIII chiese di far luce sulla vicenda. La salma venne riesumata da un medico e due chirurghi che affermarono che quelle lesioni non provenivano da una caduta accidentale.


Continuò Beatrice in quella sala a parlare: "Congiurammo contro mio padre. Fummo accusati tutti. Io in particolare fui accusata di parricidio. La pena per me fu la ghigliottina. Dovevo immaginarlo. Quando, un giorno della mia giovane età, incontrai una zingara, le chiesi di leggermi la mano. Guardò la mia mano. Il suo sguardo si oscurò. Non volle dirmi nulla, ma parlava per mezzo di metafore. Mi diede un amuleto per combattere la cattiva sorte. Nulla valse contro il fato. Dopo la sentenza, il popolo di Roma si ribellò con tumulti e congiure, ma nulla valse. Mi dirigevo verso il patibolo assieme alla mia matrigna Lucrezia. Entrambe morimmo sulla ghigliottina. Quel giorno tutta Roma era lì: poeti, scrittori, pittori e gente comune. Dopo la mia morte, le donne romane raccolsero la mia testa, mi portarono dentro una chiesetta e mi coprirono di fiori e ghirlande. I più credenti dedicarono una preghiera e da allora mi aggiro per le vie di Roma". Si coprì il capo con il suo mantello e cappuccio, fece un giro dentro il palazzo e poi si diresse verso la porta, ma la sua figura sparì tra le ombre della notte.


Il Magnifico Press 


In foto: Ritratto di Beatrice Cenci Γ¨ un dipinto attribuito a Guido Reni, attualmente conservato alla Gallerie nazionali d'arte antica, presso il Palazzo Barberini di Roma.



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