Rapimento Aldo Moro

 "I giuochi sono fatti. E sono fatti non soltanto per Moro, cui va tutta la nostra più fraterna e rispettiva pietà.









Sono fatti anche per una politica da belle époque, che la distruzione – fisica o morale – di Moro chiude e conclude. La Storia sta riprendendo i suoi connotati di tragedia, e costringe coloro che la fanno, o ambiscono o s'illudono di farla, ad adeguarsi al repertorio. Stiamo entrando in una di quelle «età di ferro» in cui il potere si paga, o si può pagarlo col ferro. Nessuno è obbligato a sfidare questo rischio. Chi lo fa, sappia che oggi è toccato a Moro, domani può toccare a lui. Solo se si rende conto di questo e lo accetta, la classe politica troverà la forza di archiviare il caso Moro. Ed è tempo che lo faccia".


Indro Montanelli 


Il 16 marzo 1978, a Roma, in via Fani, le Brigate Rosse compiono uno degli atti più gravi della storia repubblicana italiana: il sequestro di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. Quel giorno, un commando arm@to blocca l’auto di Moro, ucc*de i cinque uomini della scorta e rapisce il politico. Il sequestro dura 55 giorni, fino al 9 maggio, quando Moro viene trovato morto in una Renault 4 in via Caetani. L’evento segna un punto di svolta negli "Anni di piombo", evidenziando la viol&nza del terrorismo e aprendo dibattiti sulla gestione dello Stato e sulla strategia della tensione. Moro si distingue come figura chiave del compromesso storico, un tentativo di dialogo tra DC e PCI, rendendolo un bersaglio simbolico.


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